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Bio di Francesco Del Vecchio

Ho sempre odiato la corsa... da quando sono nato, nel lontano 1972. Troppa fatica per uno sport a valore medio nullo (in genere si arriva, infatti, sempre nello stesso posto da cui si è partiti). Molto meglio le arti marziali, il contatto fisico, soprattutto considerata la mia mole ;). Così per circa 19 anni ho praticato JuJitsu, un po' di anni anche a livello agonistico, raccogliendo un paio di titoli regionali, un titolo italiano dei pesi massimi, qualche piazzamento in Europa. Poi, improvvisamente, tre anni fa la catastrofe. Infortunio durante un allenamento molto tirato: due ernie al disco! Mi portano in ospedale raccogliendomi da terra con una barella a cucchiaio. Mi ci tengono per quarantacinque giorni in cui, a causa della scoperta anche di una stenosi congenita (restringimento del canale spinale in cui passa il midollo) mi prospettano anche la possibilità di un intervento molto delicato in cui avrei avuto comunque la possibilità di restare fortemente invalidato. Passo quei quarantacinque giorni sempre a letto, impossibilitato a sedermi, mangiare, camminare, imbottito di antidolorifici endovena. Il giorno prima dell'operazione, a causa del cambio della terapia cortisonica, riesco finalmente ad alzarmi dal letto, tra dolori lancinanti ad entrambe le gambe. Avevo usato quei quarantacinque giorni per studiare tutto quello che potevo sulle ernie al disco. Avevo deciso: non volevo farmi operare. L'operazione, da quel che avevo letto, mi avrebbe di fatto reso più fragile. Il dottore mi guarda stranito quando gli dico le mie intenzioni, mi dice "Fai quel che ti pare, ma guarda che tu in questo stato lo sport te lo scordi. Al massimo un po' di nuoto ma ad esempio ti è assolutamente vietata la corsa che non potrai mai praticare, così come il tuo sport". Dentro di me scatta la molla! "Ah si?!" dico tra me e me "...ti faccio vedere io!!!". Passo i sei mesi successivi sdraiato sul letto/divano di casa, incapace di sfamarmi da solo, incapace di muovermi dalla sala alla camera da letto senza correre il rischio di svenire dal dolore. I momenti di sconforto profondo erano parecchi. A volte mi scoprivo con le lacrime agli occhi, mentre pensavo alla mia situazione. "Non è possibile che questo accada proprio a me!" mi dicevo. Io, abituato ad essere tra i migliori nel mio ambiente sportivo. Poi, dopo quasi otto mesi di terapia cortisonica, comincio a muovere i primi passi. Zoppicando, stringendo i denti, appoggiato a qualunque cosa... ma potevo finalmente, incredibilmente andare in cucina a prendere un bicchiere d'acqua, ad esempio, o rispondere al telefono se chi c'era dall'altra parte era sufficientemente paziente da aspettare che arrivassi. Comprai un tapis roulant che piazzai nel mio box, buttando fuori la macchina: dovevo camminare più che potevo, ma non potevo rischiare di trovarmi in preda ad una crisi anche solo a cento metri da casa. In quel periodo giravo senpre con un'iniezione di Toradol nella tasca. Avevo imparato a siringarmi nelle cosce al bisogno ...da perfetto atleta dopato ;) Ricordo le prime soddisfazioni prese sul tapis roulant, i primi dieci minuti fatti a 6 km/h. Ero felice come un bambino in un negozio di giocattoli. Decisi di smettere ogni terapia antidolorifica. Mi "allenavo" quando potevo, anche se a volte questo mi costringeva poi a due/tre giorni di quasi immobilità. Passò quasi un anno e adocchiai una corsa che avevo sempre visto come epica, come una cosa da folli, una faticaccia insensata: la "StraMilano". La chiusi in 1:50 zoppicando da via Washington all'arrivo, dove scoppiai a piangere, insieme ad un tizio che se l'era fatta tutta in carrozzella e che mi aveva accompagnato negli ultimi chilometri spronandomi. Avevo ancora un conto aperto con quel dottore però e, scontrandomi con tutta la mia famiglia, decisi di iscrivermi alla "Milano Marathon" 2002. Provai ad allenarmi seguendo un programma trovato su Maratona Yuks. In realtà non lo seguii per niente, e il massimo che avevo corso erano tredici chilometri. Chiudere la maratona, anche se a pezzi, anche se in cinque ore fu la grande rivincita verso il mondo, verso il mio infortunio e fu anche la scoperta della corsa, delle sensazioni che ti può dare, della bellezza di quel gesto "a valore medio nullo". La scritta "Non è previsto il ritiro, non si fanno prigionieri. DRS" mi aveva dato coraggio mentre ero nella crisi più nera, ma comunque determinato a non mollare mai "O supero quel traguardo o mi verranno a raccogliere da terra con l'ambulanza" continuavo a ripetermi... e letta quella frase mi ero detto "Qualcuno che la pensa come me!". Qualche giorno dopo, una ricerca sul web di quel DRS, mi ha condotto in questa gabbia di pazzi... in cui mi trovo come un pesce in mare ;) In linea con quanto sopra ho deciso di mettere come foto quella del mio matrimonio, innanzitutto perché i miei risultati corsaioli sono così scarsi che tento di nascondermi da ogni tentativo di immortalarmi in una tenuta che potrebbe far pensare che io sia uno di quei "ranner" che macinano chilometri e chilometri senza fatica a velocità che si fa fatica a tenere in bici, poi perché è l'unica che ho sul Pc e poi perché quello è comuque stato il giorno più bello che abbia vissuto e che spero di bissare con la nascita di Mattia tra pochi mesi. P.S. - Se sei riuscito a leggere tutto hai la stoffa del maratoneta.