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Bio di Luca Fasano

Sono da alcuni mesi nella lista, ma in pratica non ho mai avuto modo di presentarmi. Chiedo venia e cerco di rimediare... con un po' di ritardo. Mi chiamo Luca Fasano. Sono nato a Roma il 15/6/1955, ma da sedici anni vivo a Caserta, dove lavoro presso il Centro Ricerche della Cirio. Sono infatti un biologo e mi occupo del laboratorio di Microbiologia Alimentare. Ho una moglie e tre ragazzi/bambini: Simone di 13, Martina di 11 e Matteo di tre anni. Alcuni mesi fa, se non ricordo male, sono venuto a conoscenza di Drs Italia, sfogliando i links suggeriti dalla rivista "Correre", della quale conservo (credo) tutti i numeri dal 1989 ad oggi. Tra le altre cose (la pesca, la Lazio e duemila altri hobbies), mi piace correre e questo mi ha spinto a entrare nella lista, per scambiare opinioni, scrivere (è un altro hobby), confrontarmi con altre persone che condividono la mia passione. Ho cominciato a correre (non molto assiduamente) nel 1977 (prima gara non competitiva: "2° Meeting delle Nazioni" a Roma il 17/04/1977), ma ho avuto una pausa di almeno cinque anni post-matrimonio, per poi riprendere in quel di Caserta nell'ormai lontano 1989. Sono stato iscritto, prima del matrimonio (quando ero un... giovane di belle speranze), nella Tacco e Punta di Roma, poi (1991) nel mitico Club Vai di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), antesignano del podismo in Campania, quindi nella Podistica Caserta, infine nel Gs Amatori Caserta, di cui ancora faccio parte, con... alterni risultati. Dal 1977 ad oggi ho partecipato a poco più di cento gare (competitive e non), delle quali 3 maratone (la migliore: Roma 1998 con 3:53.22), 20 mezze (la migliore: Castellammare di Stabia 1997 con 1:36.42) e tante altre gare e garette tra sei ed i dodici chilometri (le migliori: "Best Woman" 1997 a Fiumicino con dieci chilometri in 42.30 e "Vivicittà" 2000 a Caserta con dodici chilometri in 50.57). Mi alleno tre volte (raramente quattro) a settimana. Credo di aver riassunto in poche righe la mia... lunga carriera di runner pseudo-tapascione. Per i più curiosi, sono alto 1 metro e 74 centimetri, peso 69-70 chilogrammi, ho i baffi e pochi capelli. Per chi non fosse ancora sazio, allego la mia storia di runner "particolareggiata", ma aggiornata a novembre 2000. È un piccolo riassunto di vita vissuta. L'ho intitolata: "Da 0 a 42195 metri". Vi ricorda qualcosa? Ciao a tutti.

Da 0 a 42195 metri

PREMESSA

Il 12 aprile 1980, Terry Fox, canadese ventunenne, iniziò quella che può essere considerata la maratona più incredibile della storia: 143 giorni di corsa per 5373 km, attraverso tutto il Canada, da St. John's a Thunder Bay. La cosa incredibile non era tanto la distanza percorsa, e nemmeno i giorni impiegati, ma il fatto che solo tre anni prima, a soli 18 anni, a Terry il cancro aveva imposto l'amputazione della gamba destra, quindici centimetri sopra il ginocchio. Nel marzo 1977, Terry s'inventò questa gara, poi nominata "Marathon of Hope", la Maratona della Speranza, con l'intento di raccogliere fondi per la lotta contro il cancro e, soprattutto, per dimostrare a se stesso e agli altri che, con la forza di volontà, si possono anche compiere imprese apparentemente impossibili, come correre più di 5000 Km con una gamba naturale ed una artificiale, e, se non sconfiggere il male, rendergli almeno la vita difficile.

Il 1° settembre, dunque, al 143° giorno di corsa, le sue condizioni peggiorarono, impedendogli di completare il giro che si era proposto e nel giugno dell'anno successivo Terry se ne andò per sempre a correre nel cielo.

Oggi, a distanza di oltre venti anni, di Terry rimane una statua, eretta in suo nome davanti al parlamento nazionale, e, soprattutto, una fondazione, che porta il suo nome e che ha raccolto sinora qualcosa come 250 milioni di dollari (più di 500 miliardi di lire!).

Apprestandomi a scrivere quello che può essere considerato poco più di un diario di corsa, a Terry va il mio pensiero e il mio modesto omaggio di podista amatoriale.

I PRIMI... PASSI

Pur essendo sempre stato un amante dello sport in genere, alla soglia dei vent'anni avevo già fatto diverse esperienze nelle più svariate discipline, senza mai riuscire ad eccellere in nessuna.

Da piccolo, come la stragrande maggioranza dei bambini italiani, mi piaceva giocare a pallone, ma i miei cimenti agonistici non andavano oltre le partitelle fra compagni di scuola a Villa Pamphili, ancora oggi uno dei più bei polmoni verdi di Roma, la città dove sono nato 45 anni fa e dove ho vissuto fino ai 30 anni. Mi ricordo che, alle medie, avevamo fondato anche una squadra, la "Robur", ma, in tutta sincerità, non credo di aver mai vinto una partita con questa squadra. Più tardi, al ginnasio, organizzavamo mitiche partite nel campetto adiacente la succursale del Liceo Manara a Monteverde Vecchio, un piccolo rettangolo in terra battuta, in cui riuscivamo a giocare anche 9 contro 9. All'epoca, il calcetto non esisteva e si tendeva a formare squadre più o meno regolari (11 contro 11) anche in campetti 5 metri per 3.

I risultati, in compenso, almeno quelli, erano da calcetto, del tipo: 23 a 12, 11 a 7 e via dicendo. Solo mio cugino Ciccio, oggi affermato medico ultracinquantenne, si vanta ancora di essere uscito imbattuto, sia pure una sola volta, da quel campo, giocando in porta, e credo che per questo motivo figuri nel Guinness dei primati.

Ebbi poi un ritorno di fiamma all'Università, quando, nei "buchi" fra una lezione e l'altra, io e il mio inseparabile collega Alfredo ci divertivamo ad allestire altrettanto mitiche sfide tra matricole, utilizzando come pali delle porte i tronchi degli enormi palmizi che abbellivano la città universitaria. Il risultato era che ci presentavamo alle lezioni post-partita con un aspetto a dir poco ripugnante, sporchi di terra ed erba e colanti sudore da tutti i pori. Spinti dalla passione, io e Alfredo riuscimmo anche a mettere su una specie di squadra per partecipare al torneo interfacoltà organizzato ogni anno dal CUS Roma. L'impresa fu piuttosto ardua perché Scienze Biologiche è popolata all'80% da donne, il che, se da una parte fa piacere, dall'altra si trasforma in un grosso problema, quando si tratta di improvvisare una squadra dell'altro sesso. Il risultato finale era quasi scontato. La prima partita finì 3 a 11, e la mia unica soddisfazione fu quella di segnare il gol dell'1 a 4. Mi sogno ancora di notte l'ala sinistra avversaria, una freccia imprendibile che giocava regolarmente in non so quale campionato con l'INA CASA, e che da solo ci fece sette gol. La seconda partita finì molto meglio: 0 a 2 a tavolino, perché molti di noi non trovarono mai il fantomatico campo Gigi Meroni, dove dovevamo disputare l'incontro con la rappresentativa di Legge.

Nonostante il debutto poco incoraggiante, ripetemmo l'esperienza anche il secondo anno d'Università, ma i risultati non cambiarono, anzi. Morale: Ingegneria-Biologia 5 a 0. E fu la fine della nostra carriera calcistica interfacoltà e del mio calcio più o meno agonistico.

Con le arti marziali non andò molto meglio. Cominciai a frequentare una palestra di judo intorno ai 12 anni e iniziai la trafila: cintura bianca, gialla, arancione, partecipando anche a gare importanti al Palazzetto (un incontro, una sconfitta) e al Palazzo dello Sport (2 incontri, una vittoria e una sconfitta), oltre a varie sfide tra palestre di Roma. Quindi, non ricordo per quale motivo, mi presi una pausa di riflessione (come si direbbe in "politichese") e, quando decisi di indossare di nuovo il kimono verso i 14 anni, evidentemente muscoli e riflessi erano un po' arrugginiti. Risultato: frattura del mignolo del piede destro, la frattura più piccola che ci si possa procurare, tant'è che al pronto soccorso non la considerarono degna neanche di un'ingessatura. La calcificazione, anche per questo, fu più lunga del previsto e per me fu l'addio al judo.

Tra calcio e judo si infilarono, in vari periodi della mia vita e come attività più o meno saltuarie, il tennis, lo sci, persino il rugby. Quest'ultima esperienza, in particolare, durò l'espace d'un matin. Intorno ai vent'anni, decisi infatti, dopo le "belle" prestazioni calcistiche, di iscrivermi alla sezione rugby del CUS Roma. Gli allenamenti si svolgevano (ogni 15gg!) presso gli impianti dell'Acqua Acetosa, che io raggiungevo, non senza problemi, con il trenino per Viterbo, che prendevo a Piazza del Popolo, dopo aver attraversato già tutta Roma. Questi allenamenti, oltre ad essere troppo... dilazionati nel tempo, erano massacranti: oltre due ore di corse, ginnastica a terra e primi rudimenti di palla ovale con botte da orbi. Al 4° allenamento ero già k.o., con uno strappo di 20 cm. fra coscia e polpaccio. Fu quella, ovviamente, anche la fine ingloriosa della mia nuova avventura sportiva.

Forse le uniche soddisfazioni "giovanili" le ottenni intorno ai 12-13 anni, nel corso di una colonia estiva, organizzata a Sperlonga dai Salesiani. L'ultima settimana della colonia vennero infatti organizzate una sorta di piccole Olimpiadi, nelle quali feci (una volta tanto) la parte del leone: 1° nei 100 e 200 metri, 2° nel salto in alto, 3° nei mille metri, 1° nei tornei a squadre di calcio e pallavolo. Le mie "performances" mi valsero una riproduzione su tela di un famoso quadro di Cézanne, riconoscimento che ebbi l'onore di condividere solo con altri 4 "champions".

Non so se fu il ricordo di quelle "gesta" che, molti anni più tardi, mi spinse verso il mondo dell'Atletica, del podismo in particolare. Sicuramente, influì molto su di me Alfredo, il mio collega di Biologia e delle "storiche" disfatte calcistiche interfacoltà. Lui era già addentro quel mondo da un po' di tempo e non fece una gran fatica a trascinare anche me, quando ormai stavo varcando la soglia dei 22 anni.

L'ESORDIO E LE PERFORMANCES UNDER 35

Fu così che il 17 Aprile 1977, con soli tre allenamenti alle spalle, iniziai la mia carriera di podista amatoriale. L'occasione fu il "II Meeting Internazionale delle Nazioni" che, insieme alla gara competitiva sui 21, contemplava anche una non competitiva, aperta a tutti, sui 7 Km. Per l'occasione, convennero al Campidoglio, luogo della partenza, mio fratello Bruno e mio padre Ugo, per sostenere moralmente... l'atleta nel suo primo cimento pseudoagonistico.

Dopo i primi momenti di comprensibile emozione, fui presto catapultato nella realtà della gara e quasi sommerso dalla fiumana dei concorrenti "non competitivi". Impiegai 35' a coprire la distanza e, considerando la "dura preparazione" alla quale mi ero sottoposto prima del debutto, non andò poi così male.

Questa prima positiva esperienza mi fornì, oltre a qualche comprensibile dolorino alle gambe, anche la spinta a continuare, magari... intensificando un po' gli allenamenti.

Meno di un mese dopo ero infatti di nuovo in pista o, meglio, sulla terra battuta e sull'erba di Villa Pamphili, dove mi cimentai nel mio primo cross. L'impatto con il fuoristrada fu positivo, tanto è vero che, pochi mesi dopo, trovandomi in vacanza al paesello di mia madre, S. Angelo del pesco, in Molise, decisi di bissare l'esperienza iscrivendomi alla 1° campestre di Castel di Sangro. Furono 8 Km particolarmente duri, comprensivi, tra l'altro, di un guado su di affluente del fiume Sangro, ma me la cavai comunque egregiamente, chiudendo con un onorevole 15° posto.

L'ottobre successivo mi capitò un'occasione che, solo molto tempo dopo, mi resi conto non si sarebbe più ripresentata nella mia carriera "agonistica". Si correva, nei pressi del Parco Alessandrino di Roma, il 1° Trofeo Ernesto, con distanze di 7 e 14 Km. Io, come al solito, mi iscrissi alla distanza breve, anche considerando il fatto che i miei allenamenti non superavano mai i 45'. Dopo circa 5 Km, inaspettatamente, mi trovai a ridosso dei primi, se la memoria non mi tradisce intorno al 5° posto. Continuando con quel passo, pensai, se pure non fossi riuscito a mantenere la posizione, sarei comunque riuscito a terminare tra i primi 10, il che, in una gara a Roma, può essere considerata quasi un'impresa. Purtroppo, il destino era dietro l'angolo. Nel punto in cui la gara dei 7 si "staccava" da quella dei 14, impegnatissimo a non perdere di vista strada e battistrada, non vidi nè la freccia nè gli addetti che indicavano la biforcazione e continuai sul percorso più lungo. Quando mi accorsi dell'errore, era ormai troppo tardi per tornare indietro e riconquistare le posizioni perdute. La "grande chance" era andata. Decisi comunque di finire la gara ma, inevitabilmente, dovetti rallentare notevolmente l'andatura per essere sicuro di arrivare... vivo. Impiegai 61' a percorrere i 14 Km, che non è poi così male, ma il tempo mi consentì a stento di chiudere tra i primi 200.

Dopo la delusione, ben presto smaltita, corsi ancora a Piazza di Siena il prologo di una serie di campestri, che ancora oggi sopravvivono a Roma, riunite sotto il nome di "Corri per il verde". La 3° tappa mi vide "protagonista" nella "mia" Villa Pamphili, dove si svolgeva, all'epoca, il 90% dei miei allenamenti. Il parco dei partecipanti era particolarmente agguerrito e, nonostante ciò, chiusi al 160° posto su 563 classificati, terminando a pochi metri da Alfredo, molto più allenato di me, e battendo molti "pseudoprofessionisti". Man mano che partecipavo alle gare, mi sentivo sempre più "in palla" e, anche se mi limitavo a percorrere distanze brevi, riuscivo spesso a togliermi delle belle soddisfazioni. Una di queste mi venne da un'ennesima campestre a Villa Pamphili. Mio fratello Bruno, che allora lavorava al Banco di Napoli, mi "imbucò" nella squadra del Banco per potermi iscrivere al torneo interbancario e portare linfa vitale alla società, costituita per lo più da ultracinquantenni di belle speranze. Colsi un ottimo 63° posto su di un'ampia gamma di partecipanti e mi guadagnai la stima e la riconoscenza di tutti i "vertici" bancari.

Passato l'inverno '77, ritornai alle gare nella primavera del '78, in una minimaratona (8 Km) a Torpignattara, popoloso quartiere periferico di Roma. Dal punto di vista cronometrico, fu quella, almeno sino ad oggi, la mia migliore prestazione su distanze sotto i 10 Km. 32 minuti (4' esatti a Km.) e 29° posto.

Corsi ancora un'altra gara, senza molta storia, 16 gg prima di conseguire la mia laurea in Scienze biologiche e in attesa di affrontare l'avventura militare, 12 mesi persi e non solo nel campo delle corse.

Sotto le armi, la mia attività sportiva si limitò a qualche marcia, più o meno veloce, e pochissima ginnastica. Terminato il militare, ebbi la fortuna di trovare quasi subito lavoro in un laboratorio di analisi cliniche. Fui così catapultato in una nuova realtà, senza quasi accorgermene, e mi resi presto conto che mi veniva a mancare molto del tempo che prima destinavo alla corsa o agli svaghi. Ripresi così, ma molto gradatamente, a sgambettare per Villa Pamphili, ma, uscendo spesso dal laboratorio quando fuori era già buio, cominciai anche a frequentare le piste dell'Acqua Acetosa (raramente) o, più spesso, quelle dello stadio della Farnesina, nei pressi dello stadio Olimpico, dove Alfredo (sempre lui) mi trascinava a correre con il suo gruppo, la mitica "Tacco e punta" di Ercole Tudoni. Ben presto, anche per stimolarmi e responsabilizzarmi di più, mi convinse anche ad iscrivermi alla società. In effetti, ebbi anche una brevissima parentesi da velocista. Tutto ebbe inizio quando Alfredo, dopo avermi presentato il "velocista ufficiale" della "Tacco e punta", mi invitò ad una, pensavo improponibile, sfida in pista. Io, tra l'altro, non possedevo scarpette chiodate e mi apprestai al cimento con le solite "Patrics", che ero solito indossare allora. Per non portarla alle lunghe, senza nessuna preparazione specifica, mi aggiudicai la sfida senza grossi problemi, guadagnandomi sul campo l'"assunzione" per le gare in pista. In realtà, quella fu la mia prima e ultima prestazione sulla terra rossa, perché, se è vero che poco tempo dopo acquistai delle fiammanti scarpette chiodate, è altrettanto vero che le usai pochissimo, non ci corsi nessuna gara e fui costretto ben presto a rivenderle a metà prezzo.

Tra l'80 e l'82 corsi in pratica solo 5 gare, la più lunga, ¼ di maratona, nell'ambito della 16° edizione della Maratona di S. Silvestro, che oggi non si corre più, la più breve, 2,5 Km, la 1° (e sinora ultima) StraSantangelo, a S. Angelo del pesco (IS), il già citato paese d'origine di mia madre. Quest'ultima gara, in particolare, si può dire fosse stata quasi "creata" su misura per me da una mia vecchia "fiamma", che fungeva da organizzatrice delle manifestazioni "ferragostane" del paese. In effetti, colsi un ottimo 3° posto, ma non si può certo dire che il lotto degli avversari fosse né numeroso, né particolarmente qualificato (tranne il vincitore e il 2° classificato... ). Più o meno nello stesso periodo assume piuttosto una valenza maggiore la 1° sconfitta che inflissi ad Alfredo nell'ennesima campestre di Villa Pamphili. Alfredo, sotto una pioggia battente, ebbe una crisi particolarmente violenta, con conati di vomito e conseguente ritiro ed io, da "buon amico", ne approfittai subito senza pietà, salvo poi recuperarlo e rincuorarlo dopo l'arrivo.

Dopo alcune vicissitudini sentimentali, mi riaffacciai alle gare solo nell'aprile dell'83. All'epoca ero fidanzato con Loredana, mia attuale moglie, di sette anni più giovane di me. La gran parte dei nostri amici era rappresentata da "giovincelli", coetanei di mia moglie, in mezzo ai quali mi sentivo (e forse ero anche ritenuto) un po' il "Girolimoni" della situazione. L'occasione per guadagnare punti nella loro considerazione venne da una gara di 9 Km, organizzata dalla loro parrocchia, nel quartiere Nomentano, alla quale ci iscrivemmo praticamente tutti. Per me fu quasi un trionfo, non tanto per il 27° posto finale, quanto per il fatto che mi lasciai alle spalle tutti i cosiddetti "giovincelli", che cominciarono così a guardarmi in un'ottica diversa, quasi da... coetaneo. Allora non lo sapevo, ma quella sarebbe stata per me l'ultima gara prima del matrimonio e anche per parecchi anni a seguire.

LA PAUSA MATRIMONIO E LA LENTA RIPRESA

Dalla mia ultima gara, molta acqua era passata sotto i ponti. Nell'85 c'era stata, tra l'altro, una svolta decisiva nella mia esistenza. Avevo trovato un lavoro più o meno stabile in un centro di ricerca agro-alimentare di Caserta e, dopo circa dieci mesi di scapolaggine in "Terra di lavoro", pensai che, alla soglia dei trent'anni, fosse giunto il momento di condividere con Loredana la mia nuova vita lontano dalla capitale. Loredana, appena diplomata infermiera professionale alla Croce Rossa di Roma, mi seguì... quasi con entusiasmo.

Quattro anni dopo il mio arrivo a Caserta, quando anche Loredana aveva un lavoro più o meno fisso e il nostro primogenito Simone meno di un anno e mezzo, sentii come un formicolio alle gambe (la crisi d'astinenza) e decisi che la pausa sedentaria pre e post-matrimonio era durata abbastanza e che dovevo cominciare a rimettere in sesto i miei muscoli arrugginiti.

Ripresi così a sgambettare intorno a Caserta, o meglio, quasi sempre, intorno al Palamaggiò, una stupenda struttura dedicata principalmente al basket, vicinissima alla mia sede di lavoro. All'inizio erano solo pochi giri, ognuno di poco superiore al Km, ma i miei 75 chili allora non mi consentivano molto di più. Tra l'altro, correvo da solo, o al massimo in compagnia di qualche cane inselvatichito e poco socievole, e correre per più di mezz'ora diventava, oltre che faticoso (!), noioso e addirittura... pericoloso. Quando mi stancai di correre come uno scemo, senza un obiettivo preciso, mi imposi di recuperare le mie vecchie, mai sopite, velleità agonistiche e cominciai a frequentare le prime non competitive.

La prima occasione mi venne da una 6 Km, il 10° Trofeo Marino a Puccianiello, una frazione di Caserta. Ci impiegai 24' ma, considerando i miei tempi di allora (sicuramente sopra i 5'/Km), arrivai alla conclusione che i chilometri effettivi non dovevano essere più di 5.

L'importante, comunque, era rompere il ghiaccio. Dalla mia ultima gara romana erano passati, infatti, più di sei anni! L'entusiasmo mi portò a bissare l'esperienza addirittura dopo una sola settimana. Fu alla terza "StraSanTammaro", altro paesino vicino S. Maria Capua Vetere. Altri 6 Km e altro tempo... impossibile: 22'. Ero già diventato così forte o avevano ancora accorciato il percorso? Più probabile la seconda ipotesi.

Dopo queste due ravvicinatissime non competitive, pensai che, con tutto il rispetto per Puccianiello e S. Tammaro, dovevo aspirare a correre qualche gara un po' più... seria, magari intensificando gli allenamenti e allungando il chilometraggio, visto che, a mio modesto parere, con il progredire dell'età si perde sicuramente in velocità, ma si acquisisce una maggiore predisposizione alla resistenza e al sacrificio (in senso sportivo, s'intende).

L'ESORDIO 2

Trascorsero così ancora due anni in cui, oltre a fare, ovviamente con la non trascurabile collaborazione di mia moglie, una splendida seconda figlia, Martina, bionda con gli occhi azzurri (tutta il padre: pelato, con occhi e baffi castani), continuai ad allenarmi con una certa assiduità, ma senza trovare gli stimoli giusti per... il salto di qualità. Decisi allora di trovarmi una società in grado di regalarmeli o, comunque, di offrirmi la possibilità di gareggiare in qualche competizione amatoriale. Mi guardai intorno e optai per il "Club Vai" di S. Maria Capua Vetere, l'unico di cui conoscevo allora l'esistenza e che, pare, sia stato il primo club podistico amatoriale campano. Conobbi, in particolare, Ciccio La Cara, chimico del CNR, maratoneta e ultramaratoneta (ha infatti anche alcune 100 Km all'attivo), che mi diede i primi rudimenti sulle gare a lunga percorrenza. Con lui e altri amici del club, cominciai a lasciare gradatamente i monotoni giri intorno al Palamaggiò per sostituirli con più impegnativi percorsi nelle campagne tra Capua e S. Angelo in Formis. Punto d'incontro divenne, per un po' di tempo, un campo di calcio semiabbandonato, ubicato nei pressi del campo profughi di Capua. Non era granché, ma, se non altro, oltre ad una pista d'atletica semisommersa dalle erbacce, ci garantiva uno spogliatoio e una doccia (fredda). Inoltre, era un ottimo punto di partenza per escursioni "fuoristrada", come quella, per me tostissima, che si inerpicava fino alla stupenda abazia di S. Angelo in Formis. Ricordo ancora l'enorme fatica per stare dietro ai compagni di corsa e il generoso "zigzagare" di Ciccio in salita per consentirmi di raggiungerli.

Dopo un'accurata visita medica, con tanto di elettrocardiogramma sotto sforzo (il famigerato gradino, oggi spesso sostituito dal tappeto o dalla cyclette), fui dunque tesserato e giudicato "abile e arruolato" per la mia prima competizione amatoriale competitiva.

La prima occasione mi venne fornita, ai primi di marzo '91, da una gara di cross, una prova di campionato regionale a Fontanarose, in provincia di Avellino.

Partimmo così, in macchina, sfidando la nebbia del primo mattino che, spesso, anche fuori stagione, caratterizza le strade che da Caserta portano verso l'avellinese o il beneventano.

Il mio entusiasmo era pari forse solo alla preoccupazione di fare una brutta figura con i compagni di squadra già alla prima uscita, ma pensai che sei Km, sia pure di campestre, fossero senz'altro alla mia portata.

Mai previsione si rivelò più sbagliata.

La gara si sviluppava su tre giri di circa due Km ognuno, su di un percorso molto impegnativo, con brevi, ma ripide salitelle e discese a "scapicollo". Non so se fu l'emozione o la paura di rimanere troppo indietro già alla partenza. Fatto sta che partii troppo forte, cercando di rimanere nel gruppo e pagai subito lo scotto dell'inesperienza.

Morale della favola, il 2° giro fu praticamente un calvario, all'inizio del 3° ero già cotto e in debito d'ossigeno. Quando vidi che, dietro di me, senza volerlo, avevo fatto il vuoto, non perché avevo staccato tutti, ma perché tutti avevano staccato me, persi anche l'ultimo filo d'entusiasmo e dovetti decidere in una manciata di secondi se continuare a passo d'uomo per arrivare (forse) ultimo e (sicuramente) morto o ritirarmi con molto poco onore. De Coubertin non sarebbe stato d'accordo, ma optai per questa seconda soluzione, anche per non macchiare il mio esordio con un probabile ultimo posto. Per la mia "prestazione", ricevetti anche la medaglietta di partecipazione, il riconoscimento più immeritato che io abbia mai ricevuto.

Ovviamente, non feci una grossa figura neanche con i neo compagni di squadra, e anche se non mi fecero pesare molto la cosa, capii dal loro silenzio che la pensavano come De Coubertin.

In quel momento non potevo saperlo, ma quello sarebbe stato, almeno sinora, il mio primo ed ultimo ritiro. Se è vero, tuttavia, che tutte le esperienze, anche le più negative, possono avere risvolti positivi e aiutarti a non commettere in futuro gli stessi errori, adesso, a mente fredda, posso dire che su quel ritiro costruii un po' la mia rinascita, prendendo la spinta per continuare ed anzi per dimostrare a tutti, "in primis" a me stesso, di non essere la... mozzarella che dovevo essere apparso all'esordio.

LA PRIMA ROMA-OSTIA

Per mia fortuna, mi si presentò subito l'occasione per il riscatto. 14 giorni dopo Fontanarose, si sarebbe svolta a Roma la famosissima "Roma-Ostia", una delle più celebrate e frequentate mezze maratone d'Italia. Per me che, anche in allenamento, non avevo mai superato i 14-15 Km, si trattava sicuramente di una prova ai limiti delle mie possibilità di allora, ma, se volevo vendicare il pessimo esordio, non potevo tirarmi indietro prima ancora di partire.

Cercai così di approcciare la gara nel migliore dei modi. Contrariamente ai miei compagni, che si dovettero sciroppare un'alzataccia all'alba per venire da Caserta a Roma in tempo utile per la partenza, programmata per le 9.30, decisi opportunamente di anticipare al sabato il viaggio a Roma. Trascorsi quindi la notte a casa dei miei genitori e la mattina dopo ebbi tutto il tempo di prepararmi, anche psicologicamente, all'evento. Per colazione, evitai accuratamente latte caldo e merendine a base di cioccolata e marmellate, optando per una mezza tazza di tè al limone e 4 fette biscottate spalmate con poco miele. Bruno si offrì gentilmente di farmi da autista e... sostenitore e mi accompagnò vicinissimo al luogo di ritrovo (il velodromo dell'EUR), salvo poi raggiungere il traguardo di Ostia prima della partenza della gara e del conseguente blocco di transito alle auto. Alla partenza, nonostante la marea dei 4-5 mila concorrenti, ebbi modo di ritrovare anche i miei compagni casertani, mentre mi fece molto piacere rivedere anche Alfredo, il mio "vecchio" compagno d'Università (e non solo), venuto appositamente da Grosseto per lo stesso mio motivo.

Dopo un'ultima pipì, mimetizzati dietro gli alberi intorno al Velodromo, per evitare le lunghissime file delle toilettes "autorizzate", puntualmente, alle 9.30, prendemmo il via, aggredendo letteralmente il vialone che dal Velodromo stesso immette sulla Cristoforo Colombo. Da quel momento in poi potevamo contare solo sulle nostre gambe e il nostro fiato. I primi mille metri li trascorremmo in pratica tutti "intruppati", quasi senza la possibilità di correre, presumibilmente ben oltre i sei minuti/Km. Dal 1° Km in poi, il fiume di corridori cominciò ad allungarsi e le posizioni a definirsi. Avanti, molto avanti, i "top runners", nel mezzo, gli "amatori per modo di dire" (gente da 1 ora e 15' sulla mezza), dietro, la stragrande maggioranza (tempi tra 1 ora e 30 e 1 ora e 45'), "dietrissimo", i cosiddetti tapascioni o corridori della domenica (tempi vicini od oltre le due ore, due ore e 30').

Io, memore della figuraccia di Fontanarose, cercai di dosare le energie, galleggiando ad un ritmo tra i 5'30" e i 5'45"/Km, anche perché non conoscevo ancora la reazione del mio organismo ad uno sforzo prolungato. Inevitabilmente, dopo il 12°-13° Km, cominciai, quasi senza accorgermene, a rallentare ulteriormente, passando il 15° a 1 ora, 27' e 50" (circa 5'50"/Km). Quando arrivai sull'ultimo rettilineo in leggera discesa della Colombo, con il mare ormai "a vista", pensai che ormai era fatta, che il traguardo era senz'altro alla mia portata. Sbagliai le previsioni anche questa volta. Arrivati sul lungomare di Ostia, mancavano ancora circa tre Km all'arrivo, previsto all'interno dello stadio della Stella Polare. Avendo consumato già tutte le mie energie, e forse anche qualc'una in più, quei tre Km divennero per me un'autentica "Via crucis". A quel punto, però, a ritirarmi non ci pensavo proprio. A costo di arrivare strisciando, dovevo arrivare. Alternai così dei lunghi tratti al passo a brevissime corsette, ma i Km mi sembravano infiniti e il tempo pareva non passare mai. A rincarare la dose, un brevissimo dosso all'altezza del canale dei pescatori, a circa 500 mt dall'arrivo, una specie di lazzaretto lungo non più di 50 metri dove, oltre a me, ormai moribondo, era possibile vedere vecchietti che esalavano l'ultimo respiro, signore piuttosto in carne che trascinavano stancamente i loro larghi fianchi, ragazzotti di belle speranze, ma boccheggianti perché sicuramente poco allenati.

Passai comunque, non so come, anche quest'ultimo ostacolo e arrivai (finalmente) a intravedere lo stadio. All'inizio pensai ad un miraggio, poi mi convinsi che la meta era vicina, vicinissima. Purtroppo, all'ingresso nello stadio, un altro brutto colpo. Dopo che avevo già raccolto anche le ultime briciole che avevo dentro per finire correndo, mi resi conto che... non era ancora finita! Per tagliare il traguardo bisognava fare ancora un giro di campo! Le gambe ormai non c'erano più; il giro lo feci solo con la forza di volontà e riuscii finalmente a tagliare l'agognatissimo traguardo.

Dalla partenza erano passate quasi due ore e 10 minuti, ma ce l'avevo fatta, ero un... mezzo maratoneta.

DALLA MEZZA ALLA MARATONA

L'impresa, perché per me di impresa si era trattato, mi costò molto cara. Al termine della gara accusavo "solo" dolori generalizzati in tutto il corpo e fastidiose piaghe sotto i piedi. Successivamente subentrarono tendinite e, soprattutto, un noiosissimo raffreddore con tosse, poi cronicizzata. Tradotto in cifre, dovetti rimanere fermo ben 40 giorni (!), per poi riprendere gradatamente con blandi allenamenti. Prima della fine dell'anno riuscii comunque a disputare un'altra gara, la tradizionale "Best Woman", che si disputa ogni anno a Fiumicino (Roma) il giorno di S. Stefano, tra Natale e Capodanno, e che molti sfruttano per smaltire gli stravizi delle festività. Stravizi a parte, fu una delle mie peggiori "performances", tanto è vero che impiegai ben 58' a percorrere i 10 Km della gara, terminando fra gli ultimi e... le ultime.

L'anno nuovo si aprì con una novità. Correndo nei pressi di Parco Cerasole a Caserta, dove attualmente abito, incontrai un... pazzo esaltato: Claudio Carafa. Claudio è un professore, di qualche anno più anziano di me, ma io ho sempre pensato che faccia il corridore di professione e il professore per hobby. Non mi ricordo infatti di averlo mai visto in borghese, e rarissime volte mi rammento di averlo visto fermo da qualche parte. Claudio, in effetti, corre sempre ed è capace di disputare anche due gare nello stesso giorno o 9-10 maratone nello stesso anno. Quel giorno decise di convincermi a correre con lui e di portarmi nella sua squadra, la "Podistica Caserta", della quale era allora presidente Ciro Amalfitano. Io, in verità, non opposi molta resistenza, e poco tempo dopo passai dal "Club Vai" alla "Podistica", se non altro per questioni logistiche. Per la prima non fu una grande perdita, ma, probabilmente, non sarebbe stato un grande acquisto neanche per la seconda.

Cominciai comunque l'anno con tutti i migliori propositi, esordendo nella nuova squadra già in una campestre invernale, organizzata all'interno della tenuta "Tifata" di S. Prisco (CE). Fu una gara piuttosto dura, che conclusi senza infamia e senza lode alla mia solita media, sui 5'30''/Km.

Un mese dopo, riecco la Roma-Ostia. Stessa preparazione, stesse premesse... stessa conclusione: 2 ore 7'30". Non riuscivo ancora a convincermi che, senza Km nelle gambe, non si potevano e non si possono correre, con buoni risultati, gare di mezza maratona, né tantomeno della distanza doppia.

Se non altro, la mia seconda Roma-Ostia non mi procurò, tuttavia, grossi strascichi fisici post-gara e potei riprendere ad allenarmi quasi subito.

Nel 1992 corsi ancora tre gare, tra cui la mia prima "Vivicittà" (a Roma) e la mia seconda "Best Woman" (a Fiumicino), stavolta migliorandomi di cinque minuti e mezzo.

Nel 1993 le gare furono sei, compresa la mia terza Roma-Ostia consecutiva. Stavolta la gara era valevole per il campionato italiano di maratonina Senior/Master e ci tenevamo tutti a fare bella figura. Evidentemente, però, le due esperienze precedenti non mi avevano insegnato niente. Feci quella che rimane sino ad oggi la mia peggiore prestazione sulla mezza, arrivando a sfiorare le due ore e 11'. Sarei mai riuscito ad abbattere il muro delle due ore?

Nel frattempo, i rapporti tra alcuni compagni all'interno della società si erano fatti tesi per non so bene quali motivi, mentre gli "inviti" di Amalfitano a partecipare alle gare si facevano un po' troppo pressanti, quasi... asfissianti. Pensai allora che, continuando di quel passo, lo spirito "amatoriale" e puramente dilettantistico dello sport che avevo scelto di sposare, a lungo andare sarebbe venuto a cadere, e decisi di lasciare la squadra. Senza saperlo, altri di noi, per motivi più o meno simili, avevano fatto la stessa scelta e fu così che, con molti di loro, mi ritrovai nel neonato "G.S. Amatori Caserta", cellula distaccata della "Podistica". Presidente, fu nominato, all'unanimità, Bernardo di Nardo, ex F.F.S.S. e maratoneta di lungo corso. Con lui approdavano, tra gli altri, alla nuova società, Mario Chindemi, romano importato al Sud come me e grande, anche se non più giovanissimo maratoneta, e i tre dell'Ave Maria o, meglio, del Banco di Napoli: Michele Porzio, Pierino Rossi e "Doppio Rum" Vincenzo Melorio, cosiddetto per la caratteristica andatura caracollante.

Correndo soprattutto insieme a loro, cominciai ad allungare le percorrenze e migliorare i tempi e in breve, un po' tutti, "in primis" il già citato Chindemi, cominciarono a dirmi che avevo ormai nelle gambe un tempo tra 1 ora e 45' e 1 ora e 50'. Non sapevo se lo dicevano perché convinti, o per consolarmi delle "belle prestazioni" precedenti, ma decisi che ormai era tempo di verificarlo sul... campo. Con questa convinzione, il 20 marzo del '94, mi presentai dunque alla mia 4° Roma-Ostia. Stavolta non sbagliai e fu: 1 ora 48' 28'', ovvero oltre 22' meno dell'anno precedente!

Corroborato da questa mia prima "21" sotto le due ore, nel '94 corsi ancora 7 gare, tra cui la mia 2° "Vivicittà" (sempre a Roma), un campionato italiano di corsa su strada (10 Km) a Castellammare di Stabia (poco sotto i 4'40''/Km) e la mia terza "Best Woman" (47').

L'anno successivo, le gare furono sei e continuai ad abbassare il mio limite sulla mezza: 1 ora 45'11'' alla mia 5° Roma-Ostia, 1 ora 43'38'' ad una prova del campionato regionale a Capua. Corsi anche la mia terza "Vivicittà", stavolta a Caserta, della quale ricordo soprattutto un suggestivo passaggio nei giardini della Reggia e l'arrivo all'interno dello stadio Pinto che, memore del mio passato da velocista più o meno fallito, affrontai a duecento all'ora, quasi travolgendo i giudici di gara, e tutto per bruciare il solito cretino che, dopo esserti stato a ruota tutta la gara, pretende di superarti gli ultimi tre metri.

E piano piano, col passare degli anni e delle gare, cominciavo a fare un pensierino anche a quella che, solo poco tempo prima, mi sembrava un miraggio o, comunque, qualcosa al di fuori della mia portata: la maratona. Lo sconforto mi prendeva, soprattutto, quando arrivavo distrutto alla fine di una mezza e pensavo che mai e poi mai sarei riuscito a correre una distanza doppia di quella appena percorsa con tanta fatica. Qualcuno, però, non ricordo chi, ha detto che la maratona non sono due mezze maratone, ma qualcosa che richiede un approccio fisico e mentale completamente diverso. Facendo mia questa affermazione, cominciai inconsciamente a prepararmi alla mia prima 42 e pensai che il '96 sarebbe anche potuto essere l'anno buono...

TRAGICO 1996

Cominciai così l'anno, che avrebbe potuto consacrarmi maratoneta per la prima volta, con tutti i migliori propositi, ma l'inconveniente... era già dietro l'angolo. Dopo 15gg di preparazione senza grossi problemi, affrontai la mia prima campestre invernale. L'appuntamento era a Pietramelara, non lontano da Caserta, il tempo buono, ma il terreno infido, con erba alta e numerosi tratti fangosi. Poco dopo la partenza, avvertii il risvegliarmi della fascite che già in passato mi aveva creato diversi fastidi. Provai comunque a stringere i denti, rallentando il ritmo e correndo quasi con un piede solo. Riuscii così a portare a termine la gara ad una media superiore ai 5'/Km, ma pagai carissimo il mio "stoicismo".

Ci vollero la bellezza di cinquantaquattro giorni (!) per rimettermi in sesto e, dopo un paio di antipastini in bicicletta per non perdere del tutto il tono muscolare, il 9 marzo decisi di riprendere le scarpette o, meglio, di inaugurare le mie nuovissime Nike "Icarus", con una quarantina di minuti al Geometra, nostro usuale campo di allenamento, una sorta di anello di atletica che corre intorno l'omonima scuola. Il provino fu positivo e ricominciai gradatamente a prendere confidenza con la strada.

Il 24 Marzo, con solo tre allenamenti nelle gambe, accompagnai mio figlio, di soli nove anni, all'esordio nella sua prima non competitiva. Per il "battesimo" scegliemmo il prologo della 2° Roma Marathon. Sette Km, per un bambino alle prime armi, non sono pochi, ma Simone riuscì a stupire me e mio fratello Bruno, concludendo senza problemi in circa 45', battendo anche diverse centinaia di "tapascioni".

Aprile e maggio trascorsero quasi senza intoppi, se si esclude una breve pausa di "riflessione" per... emorroidi, ma a Giugno arrivò un'altra mazzata, stavolta molto più seria. Mia moglie perse, inaspettatamente e dopo brevissima malattia, la mamma e dovemmo intensificare i viaggi a Roma, anche per stare più vicini a mio suocero, già sofferente di cuore e con 4 by-pass. In pratica, tra Giugno e Luglio mi allenai in tutto 8 volte (!). Ad Agosto andò un po' meglio e ricordo anzi con piacere i giri dell'isola di Procida, dove trascorremmo una quindicina di giorni. In un'ora circa, riuscivo a compiere quasi il periplo completo dell'isola.

Quando sembrava che tutto stesse tornando alla normalità, ennesimo dramma. Salvatore, mio suocero, come spesso succede in questi casi, non sopravvisse alla moglie e venne stroncato da un infarto a Roma, in mezzo alla strada. Mia moglie perse in pratica padre e madre nell'arco di soli tre mesi ed io, ovviamente, dovetti condividere il suo dolore e starle più vicino del solito. E meno male che questo doveva essere l'anno buono per la mia prima maratona!

Nonostante tutto, e forse proprio per dimostrare, soprattutto a me stesso, di essere superiore alle avversità, il 21 settembre ricominciai, per l'ennesima volta, la "mia" personale preparazione alla maratona. L'ultima chance me l'offriva la 13° maratona internazionale di Firenze del 1° Dicembre. Mancavano ancora quasi due mesi e mezzo e forse potevo ancora riuscire nel sogno. A Ottobre e Novembre cercai di non saltare nemmeno un allenamento, anche se impegni di lavoro e familiari non mi consentivano di uscire più di tre volte la settimana. Per Novembre in particolare, e per la prima volta da quando corro, stilai al computer un programma di preparazione, risultante da: suggerimenti degli amici, esperienze personali, tabelle rubate alla rivista "Correre", di cui possedevo e posseggo praticamente tutti i numeri dal 1989.

In questi ultimi due mesi, prima del grande giorno, corsi, tra l'altro, una "Flic-Floc" (14 Km?) e una "mezza" a S. Maria Capua Vetere sotto l'ora e 45'. In allenamento, invece, giunsi a correre 5 volte oltre le due ore, in particolare: 2h, 2h 30', 2h 45', 2h 50' e 3h 07'. Dal 16 Novembre cominciai a rallentare, come consigliano i "sacri" testi, per non arrivare spompato alla maratona. Tale era la concentrazione, che un giorno in cui fuori infuriava un vero e proprio nubifragio, riuscii anche a correre per più di un'ora in casa, sul tappetino, praticamente sul posto.

Stavolta i Km nelle gambe sentivo di averli, ma la prima volta è sempre un terno al lotto e non sapevo come avrebbe reagito il mio fisico e la mia psiche ad uno sforzo mai sostenuto prima di allora.

FIRENZE MARATHON: IL GRANDE GIORNO

Decisi di non pensare troppo alla gara e il 30 Novembre mi imbarcai sul pullman "Mataluna" alla volta di Firenze, con le mie paure, le mie speranze e la simpatica banda del G.S. Amatori quasi al completo.

Il viaggio trascorse in serenità, tra una battuta e l'altra, e neanche una pioggerella poco invitante e una fastidiosa nebbiolina ci tolsero dalle labbra e dalla mente il buon umore.

A Firenze mi aspettava, inutile dirlo, Bruno, che non è mai mancato ai miei appuntamenti più importanti. Salutai dunque gli amici, sparpagliati per Firenze tra conventi ed Hotel, ed andai con Bruno a prendere visione della nostra pensione, un albergo un po' datato, ma sufficientemente confortevole, con proprietari alla mano, un bel camino e, soprattutto, vicinissimo a Ponte Vecchio e alla partenza da piazza della Signoria. La sera del sabato, anche se il tempo non era troppo invitante, decidemmo comunque di uscire, anche perché dovevo ritirare il pettorale e il pacco gara al centro maratona, nei pressi della stazione ferroviaria. Per il pasta party arrivammo in netto ritardo, anche perché alle 19.30 i maratoneti si erano già spazzato via tutto e feci giusto in tempo a vedere i miei compagni che si leccavano baffi e piatti. Diedi loro appuntamento all'indomani e andai con Bruno a cercare una pizzeria per ingurgitare carboidrati per il giorno dopo. Per strada c'era un vento freddo bestiale che consigliava di trovare al più presto un posto al calduccio. Optammo per una trattoria proprio a piazza della Signoria, ma pretendere di mangiare una buona pizza napoletana a Firenze era sinceramente troppo ottimistico. Se non ci fosse stato un buon Chianti e due cantuccini al vin santo a scaldarci le budella, la serata si sarebbe conclusa in modo piuttosto deludente. Cercando di non fare le ore piccole, riguadagnammo quindi l'albergo, così da garantirmi quante più ore di sonno possibili.

La mattina seguente, mi svegliai ovviamente di buon'ora, un po' per l'emozione, un po' per non tralasciare alcun particolare della vestizione, dal calzino senza sfilacciature, alla corretta allacciatura delle scarpe, alle compresse di "enervit" da fissare con una spilletta al pantaloncino. A colazione, nonostante l'ampia scelta, mi limitai, come sempre, a 4 fette biscottate col miele e poco tè al limone.

Fuori, il freddo era pungente (intorno agli 0°), ma il cielo era pulito e la giornata si presentava molto meglio rispetto a quella che l'aveva preceduta.

Dopo una breve sgambata, mi tolsi, un pò a malincuore, la tuta, salutai Bruno ed entrai nel "recinto" per le operazioni di punzonatura. Ancora pochi minuti e, alle 9 in punto, partimmo!

All'inizio, cercammo di formare un gruppetto, costituito, se non ricordo male, da me, Virgilio (anche lui all'esordio), Michele, Bernardo e il colonnello Spedicato, oltre a Pasquale Pratillo ed altri amici della Podistica. Dopo una pipì di gruppo alle Cascine, proseguimmo sempre insieme,"lento pede", fino al 20° Km, quando ebbi la gradita sorpresa di rivedere il mio amico Alfredo, che aveva effettuato un test sulla mezza distanza e mi stava aspettando per salutarmi. Passammo quindi il giro di boa senza problemi, ma il tempo, piuttosto alto, era emblematico del nostro ritmo tutt'altro che frenetico: 1 ora 59'10'' (sempre meglio comunque delle mie prime Roma-Ostia). D'altra parte, ci tenevo a terminare la gara... possibilmente vivo. Fra il 25° e il 30° chilometro, il gruppetto cominciò a sgranarsi. Pratillo, che ci aveva intrattenuto sino allora con le sue battute, in pessimo dialetto "toscano di Caserta", si fermò dolorante su di una panchina, il colonnello Spedicato ebbe una crisi da disidratazione e cercava disperatamente un ristoro o una fontanella, io e gli altri rallentammo sensibilmente, ma riuscimmo a fare tesoro dei rifornimenti, traendo da acqua, tè e spicchi d'arancia l'energia per andare avanti. Chi stava meglio era forse Virgilio, che, abituato alle partenze lente, entra in carburazione col passare dei chilometri, per terminare poi in crescendo (avrebbe terminato sotto le 3 ore 55').

Gli ultimi chilometri li feci praticamente da solo con i miei pensieri. Ovviamente, a quel punto, ogni chilometro mi sembrava durasse un'eternità e il tempo non trascorrere mai. Pessimista per natura, fui "quasi" certo di arrivare solo verso il 40° chilometro, quando cominciai a pensare che il traguardo non poteva sfuggirmi, a costo di tagliarlo... a pelle di leone. Per fortuna, non ce ne fu bisogno e, quando vidi Bruno nei pressi di Ponte Vecchio che mi aspettava per fotografarmi a circa un chilometro dall'arrivo, raccolsi tutte le residue forze che mi restavano e affrontai col cuore in gola quell'ultimo sforzo. Arrivato sul rettifilo che porta a Piazza della Signoria, decisi di sparare anche le ultimissime cartucce per l'arrivo "trionfale". Il mio primo obiettivo era, naturalmente, arrivare, il secondo arrivare in un tempo sotto i 6'/Km, il terzo, ma questo allora era un sogno, arrivare sotto le 4 ore. Centrai i primi due obiettivi, mancai il sogno, e il cronometro si fermò a 4 ore 8'48".

Per me fu comunque una gioia e una soddisfazione immensa, che solo pochi anni prima ritenevo assolutamente al di sopra delle mie possibilità.

All'arrivo, mentre mostravo orgoglioso a Bruno il medaglione appena conquistato, festeggiai con una mela e un bicchiere di sali minerali. Fra le 3 ore 45' e le 4 ore e 30' arrivammo praticamente tutti, compreso il colonnello Spedicato, allora arzillo sessantunenne, che pagò comunque con una mezz'ora di ritardo la sua crisi. Incredibilmente, prima di tutti noi, era arrivato Pratillo, che avevamo visto più o meno morto intorno al 25°. Scoprimmo successivamente che, con grande spirito "Decoubertiniano", aveva semplicemente... tagliato, abbreviando il percorso di 6-7 Km. Complimenti per la sportività e lo spirito "amatoriale"!

Messa da parte l'emozione e la fatica (ma i dolori cominciavano adesso), io e Bruno, dopo una breve pausa in albergo per la meritatissima doccia, ci sguinzagliammo per Firenze alla ricerca di un posto accogliente, dove divorare la classica "fiorentina". Lo trovammo nei pressi dell'albergo (non ci voleva molto) e, dopo un invitante spaghetto (io) e un'abbondante ribollita (lui), ci sparammo la bisteccona da un chilo, innaffiata dal "solito" Chianti.

Con tutta calma, dopo un indispensabile caffè, ci portammo finalmente verso il luogo dove avevo appuntamento con gli altri "casertani". E fu con grande disappunto che, avvicinandomi al punto di ritrovo, vidi il "mio" pullman che sfrecciava fuori del parcheggio. Nonostante i 42 Km e rotti percorsi poco prima, il borsone a tracolla e... la fiorentina, mi produssi in uno scatto bruciante, sbracciandomi come un pazzo in direzione dell'autista. Per fortuna, il mio "show" ebbe successo e il pullman si fermò a raccogliermi, mentre salutavo in tutta fretta il Brunacchio che, esterrefatto, aveva assistito a tutta la scena. In pratica, i "cari" compagni di squadra si era semplicemente scordati di me e l'autista era partito senza il doveroso conteggio dei passeggeri. Ovviamente ringraziai tutti con le più "gentili" parole che mi vennero in mente in quel momento, ma le scuse di Bernardo e, soprattutto, il lieto fine della maratona, mi fecero presto tornare il buonumore. In fondo, ora, ero anch'io un maratoneta...

LA MARATONA DI ROMA

Da quel giorno, per me memorabile, doveva trascorrere quasi un anno e mezzo perché tornassi a correre una maratona. Se è vero, infatti, che portare a termine una maratona è impresa ardua, ma non impossibile, è altrettanto vero che correrla, e soprattutto finirla, senza un adeguato allenamento, diventa veramente qualcosa di molto, molto difficile. E trovare il tempo per allenarsi anche due, tre ore, con un lavoro, una moglie, due figli e il terzo in arrivo, era alquanto complicato, almeno per me. Nonostante ciò, il continuo miglioramento dei miei risultati "agonistici" mi diede la fiducia e la carica giusta per ritentare l'avventura. Era il 1998.

Il 1997 era stato un po' il mio anno d'oro. A Castellammare di Stabia avevo portato il mio limite sulla "mezza" a 1 ora 36'42'' (4'35''/Km); poco prima avevo corso la mia migliore Roma-Ostia in 1 ora 37'46''; a fine anno avevo corso la mia migliore "Best Woman" a Fiumicino (10 km in 42'30'' a 4'15''/Km; quanto tempo e quanti chilometri erano passati dalla mia prima partecipazione del '91, chiusa in 58'!). In più, io che, a parte qualche medaglietta e una miriade di magliette sponsorizzate, nella mia "carriera" podistica non avevo vinto che qualche coppa, ma a livello di squadra, riuscii anche ad ottenere il mio primo riconoscimento individuale. Esiste infatti, tuttora, una simpatica garetta di paese, la StraVairano, che si svolge ogni anno, il 1° di Maggio, nell'omonima cittadina in provincia di Caserta. La peculiarità di questa gara è data dal fatto che i premi (in genere delle coppette) vengono assegnati, non per fasce di età, come avviene generalmente, ma ai primi classificati per ogni anno di nascita. Fino al '96, non avevo praticamente speranze, essendo assiduo frequentatore della manifestazione Vincenzo De Siena, mio coetaneo e amico della Podistica e, dal punto di vista sportivo, di...un altro pianeta o quasi, rispetto a me. A partire dal '96, un infortunio piuttosto serio lo costrinse a fermarsi. Mi dispiacque, ovviamente, per lui, ma per me si spianava la strada verso la mia... prima coppetta personale. Non mancai infatti l'appuntamento e anzi replicai nel '98 e nel '99.

Le premesse, dunque, per affrontare un nuovo gravoso impegno, come quello di una 2° maratona, c'erano tutte. Stavolta optai per Roma, che, qualche anno prima, aveva visto il debutto del mio primogenito nel prologo non competitivo di 7 Km. Tra l'altro, essendo romano, giocavo in casa, conoscevo le strade e non avevo problemi di vitto e alloggio, essendo ospite dei miei, come d'altronde ogni vigilia di Roma-Ostia.

La mattina del 29 Marzo, dopo aver ritirato il giorno prima pettorale e pacco gara al centro maratona dell'EUR, al termine di una fila estenuante, partimmo dunque da casa io, Bruno (ovviamente) e, stavolta, anche mio figlio Simone, a fare il tifo per fratello e papà maratoneta.

La preparazione, per questa seconda maratona, era stata sinceramente molto meno curata e nell'ultimo mese avevo corso solo due volte sopra le due ore e mai sopra le due ore e 30'. In compenso, avevo cercato di diversificare gli allenamenti, aggiungendo ai lunghi qualche ripetuta di 800 metri e qualche seduta di fartlek (alternanza di lungo lento, fondo medio e fondo veloce). In pratica, le gambe c'erano, il fiato un po' meno.

Lasciati Bruno e Simone ai loro giri turistici (dovevano comunque trascorrere circa 4 ore, prima di raggiungermi al traguardo), mi ricongiunsi agli amici di Caserta (pochi questa volta) e all'immancabile Alfredo, venuto appositamente da Grosseto, dove ora vive e insegna.

La partenza non poteva avere una cornice migliore: il Colosseo e Via dei Fori Imperiali. Con Alfredo decidemmo di correre insieme, almeno fino a quando le mie gambe avrebbero retto il ritmo delle sue. Alfredo, infatti, anche se negli ultimi anni ha sensibilmente peggiorato i suoi tempi, è stato sempre o quasi un gradino sopra di me e vanta una Maratona di New York conclusa in 2 ore 59', impresa che io non riuscirò mai a compiere.

Partimmo, dunque, al passo di Alfredo. All'inizio ebbi qualche difficoltà a stargli dietro, poi, piano piano, presi il ritmo, ma avevo comunque paura di pagare lo scotto più tardi. A piazza Mazzini, dove una volta abitava, si dovette fermare per un breve "bisogno fisiologico" e lo aspettai volentieri per non perdere la mia "lepre". Passammo la "mezza" in 1 ora 50'20", quasi 10 minuti sotto il mio passaggio sulla distanza a Firenze e cominciai a preoccuparmi ancora di più, anche perché, all'altezza della Moschea, nei pressi dell'Acqua Acetosa, mi cominciò a far male il migliolo del piede destro e sentii che mi si stava formando una piaghetta sotto lo stesso piede. Fermarmi a metà dell'opera per una piaghetta, mi sembrava eccessivo e continuai soffrendo. Intorno al 25° chilometro, arrivò la crisi che temevo, ma la cosa strana fu che la crisi la ebbe Alfredo, che cominciò ad arrancare. Per un po' lo aspettai, cercando di dargli coraggio, ma la crisi continuava e lui stesso mi diede l'O.K. per proseguire senza di lui. Rimasi così senza lepre e, sia pure gradatamente, cominciai anch'io a rallentare. Al 28°, nei pressi di Piazza Navona, mi passò Matteo, della mia squadra, che, alla Virgilio maniera, era partito piano ed ora era in accelerazione. Tra il 30° e il 40° fu un mezzo calvario, dieci chilometri che, come a Firenze, mi parvero... infiniti. Dalla Basilica di S.Paolo, il lungo rettifilo che si congiunge con Viale Aventino, sino al grattacielo della F.A.O., mi sembrò... eterno. All'altezza della F.A.O., girando a destra verso l'Appia Antica per un'ultima deviazione, prima dell'attacco al Colosseo, a poco più di un chilometro dall'arrivo, mi trovai di fronte "Doppio Rum" Melorio, con le gambe imballate e incapace di andare avanti. Io, che a stento mi reggevo in piedi, gli dissi che non poteva fermarsi adesso che era ormai arrivato, ma le mie parole sembrarono vane e, come già successo con Alfredo, fui costretto a proseguire. Arrivato in vista dell'Arco di Traiano, così come due anni prima a Piazza della Signoria, raccolsi tutte le pochissime forze residue e affrontai l'ultimo strappo del Colosseo. Appena superata la cima della salitella, sulla discesa che portava al traguardo dei Fori Imperiali, lasciai andare le gambe da sole. Passai così sotto lo striscione d'arrivo e, fermando il cronometro, mi accorsi di aver fatto un tempo per me impensabile: 3 ore 53'22". Fui contento di sapere, più tardi, che anche Melorio era riuscito ad arrivare e ad arrivare addirittura sotto le 4 ore, mentre Alfredo si era dovuto accontentare di 4 ore e 23'.

Tagliato il traguardo, non vedendo Bruno e Simone, mi buttai stremato sotto uno degli enormi pini di Via dei Fori Imperiali e, dopo aver ingurgitato tutti i liquidi che mi capitavano a tiro, mi tolsi le scarpe per vedere che fine aveva fatto il mio mignoletto. Il calzino destro era per 1/3 sporco di sangue e una grossa macchia era visibile addirittura sul bordo della scarpa, ma, anche stavolta, la gioia per aver portato a termine una nuova impresa era superiore a qualunque dolore o ferita. Mentre... agonizzavo sotto il pino, mi vennero finalmente incontro Bruno e Simone che, ovviamente, si erano persi il mio arrivo. Poco male - pensai - vorrà dire che dovranno venire anche alla prossima...

Oggi, alle soglie del 2001, con oltre 100 gare alle spalle, mi chiedo se, come e quando sarò in grado di correre la mia terza maratona, ma, nell'attesa, mi piace chiudere con una frase di Terry Fox, che, oltre ad essere il suo testamento spirituale, vorrei diventasse anche il mio credo: "Io non sono speciale... Mi limito ad augurare che la gente capisca che ogni cosa è possibile, se ci provi".

Finito di scrivere nel mese di Novembre 2000