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Bio di Mattia Freddi

Mi chiamo Mattia "Piedone" Freddi. Sono nato a Novellara (Reggio Emilia) nel 1966 e vivo a Luzzara sulla riva destra del "grande fiume" (Guareschi), dove sono sposato con Rita e ho una figlia Alice. Attualmente lavoro come magazziniere durante la settimana e come pizzaiolo nei fine settimana (passione che coltivo dal 1988). Non ho mai praticato nessuna attività sportiva, se non un po' di escursionismo montanaro d'estate (mia grande passione) finché nel 1996 sono arrivato al magazzino ricambi di una ditta locale. Qui, a causa della lunga pausa pranzo da due ore, sono stato costretto ad ingeniarmi sul come riempire tutto 'sto tempo libero: ho cominciato allora a frequentare la palestra. Mentre con i pesi non ho ottenuto nulla, mi sono innamorato del cardiofrequenzimetro: una stupenda ed affascinante invenzione che mi ha spinto prima all'uso delle macchine aerobiche (step, tapis roulant, cyclette, roto xt) poi all'uscita dalla palestra per cominciare a correre per scoprire quali fossero i miei limiti fisici. È stata la sfida con me stesso, con il mio cuore, con le mie capacità fisiche, a spingermi su distanze sempre più lunghe: in breve sono passato dagli iniziali due chilometri a percorrere otto/nove chilometri senza fermarmi. Nel frattempo, frequentando la pista di atletica di Guastalla, ho conosciuto Bruno Benatti, podista da vent'anni che si allenava nella pausa pranzo: percorriamo insieme i chilometri e lui mi racconta delle sue gare, dei suoi risultati; mi consiglia sull'alimentazione, sull'abbigliamento, sugli allenamenti, sull'uso del cardio. La prima corsa a cui ho partecipato è stata Torricella luglio 1999: nove chilometri sull'argine del Po, in una calda serata d'estate in cui forse 250 persone si erano date appuntamento più per dar battaglia alle zanzare che per tirarsi il collo. Mi fece una grandissima impressione vedere che tre quarti dei partenti avevano almeno sessanta anni e che la presenza femminile di nonne e zie, era piuttosto elevata. Come capii poi in seguito, per questi signori e signore la gara non ha nessuna importanza: l'importante è partecipare, chi può correndo, gli altri di buon passo. Chiusi i miei primi nove chilometri in 49 minuti, assieme un gruppetto di anziani podisti che non avevano smesso di raccontarsela fin dalla partenza. Subito il dubbio: forse sono stato troppo prudente, forse avrei potuto chiedere qualcosa in più alle mie gambe. Comunque la gioia per essere entrato nel mondo copletamente nuovo del podismo. Durante l'estate partecipai ad altre cinque o sei corse, ogni volta provando ad alzare la soglia della mia frequenza cardiaca ed aumentando la velocità. Nell'autunno percorsi anche tre mezze maratone segnando come migliore prestazione 1 ora e 37 minuti. Euforico per questi risultati decisi che era giunto il momento per la mia prima maratona: Reggio Emilia dicembre 1999. Fu una vera e propria disfatta di Caporetto: giunsi fino al 38° chilometro in 3:25; poi mi bloccai ed impiegai quaranta minuti per compiere a piedi gli ultimi 4,195 chilometri. Di quel tragico momento ho ricordo terribile, uno schiaffo che rimarrà indelebile nella mia memoria: ormai a poche centinaia di metri dall'arrivo, mi stavo trascinando pietosamente, quando fui sorpassato da un gruppetto di persone trainato da un signore anziano in canottiera, mutandoni bianchi e coppola nera. Non credevo ai miei occhi: sono rimasto lì, impietrito per vari minuti. Mentalmente ero preparato alla sconfitta della maratona (ero conscio di aver corso troppo poco per fare i quarantadue chilometri), ma vedermi lì bloccato con addosso svariate centinaia di klire di abbigliamento ultratecnico, megafirmato e superscarpe, e vedermi infilare da un..., da un..., da un prete di sessanta anni in mutande era troppo. Solo dopo scoprii trattarsi del celebre "Monsignore" Fusari... Da allora continuo a correre abbastanza regolarmente quattro/cinque volte alla settimana (30-40 km); sono anche riuscito a perdere quei chiletti in più messi su col matrimonio. A gennaio 2001 mi sono associato ad un nuovo gruppo podistico, il Foka Team, che raccoglie alcuni "piedoni" come me e ben due esemplari di "piedoni femmina". Uso il termine "piedone" perché "podista" ha già troppo senso agonistico, mentre "tapascione" è per quelli che la corsa ce l'hanno nel sangue e corrono da una vita. Tra i miei perditempo, prima di sposarmi con Rita e prima che nascesse Alice, c'erano un po' il computer, un po' la fotografia ed un tentativo di avvicinarmi agli scacchi. Nel corso degli ultimi anni, del gruppone di amici della gioventù, ci siamo tutti sposati e quasi tutti hanno già due figli. Ormai ci troviamo soltanto per capodanno o per festeggiare il compleanno di qualcuno dei pargoli. Per Alice non nutro sogni che diventi "piedona" come me: purtroppo, quando usciamo, faccio già troppa fatica adesso per correrle dietro... Se continua così non oso immaginarla fra dieci anni. Commento alla foto: l'immagine si riferisce alla mia seconda tragica maratona: la "Maratona d'Italia" ottobre 2000. Nella immagine mi potete vedere fresco alla partenza da Maranello. Sono arrivato distrutto a Carpi. Mi sono dovuto anche togliere i pantaloncini che indossavo alla partenza perché si erano inzuppati d'acqua sotto l'alluvione che, proprio in quel momento, stava facendo non pochi danni in Piemonte e Val d'Aosta.