Skip to: Site menu | Main content

Bio di Fabio Marri

Sono nato nella bassa modenese nel 1950 e dunque appartengo irreversibilmente alla categoria dei veterani, di cui peraltro fanno parte quasi tutti i maratoneti "dilettanti" delle mie zone. Di mestiere faccio il professore di italiano all'Università di Bologna; ho scritto circa cinque libri e cinquanta saggi scientifici, occupandomi anche "ufficialmente" di lingua sportiva, perfino del podismo; sono pubblicista, sposato da metà della mia vita con Daniela Gianaroli, che a sua volta è diventata podista (dal 1990 ha inanellato 55 maratone e 4 centochilometri). Il massimo dell'appagamento lo ottengo quando riesco a combinare un'occasione scientifica con una maratona: ad esempio nell'aprile 1993 partecipai al congresso internazionale di scienze onomastiche a Treviri e, alla fine, corsi la maratona di Hannover in 3:27; nel settembre 1993 corsi la maratona di Berlino in 3:25 e la mattina dopo partecipai al congresso dei filologi di Potsdam. Nel 1994 mi chiesero in che giorno volevo parlare all'università di Dresda e io scelsi il giorno in cui, nel pomeriggio, si correva il "City Lauf". Oltre ai congressi, io e mia moglie ci premuriamo, prima di ogni maratona, di visitare tutti i musei, monumenti, chiese e piazze segnalate sulle guide turistiche: è questo che terrorizza i nostri figli, che decidono di partire con noi solo se non c'è "troppo da camminare". Credo di essere tra i podisti più anziani di attività, avendo fatto la prima corsa su strada, la "Sgambada di Mirandola", il 26 marzo 1972 (diciotto chilometri in 1:50, piazzamento 162 su 850; di questi 850 ne conosco solo uno che corra ancora, il dottor Sergio Guaitoli di Carpi, mio abituale rivale nelle maratone). Mirandola, che nel frattempo aveva allungato la sua Sgambada alla "Maratona dei sei comuni", mi tenne a battesimo anche sui 42,195 l'8 aprile 1990: era campionato italiano amatori, e forse qualcuno che mi legge c'era. Chiusi in 3:59.33. Fino a quel momento non ero decisamente assatanato di corse: nei primi quindici anni (cioè fino a tutto il 1986) nel mio carniere avevo intascato solo ventisei gare, in prevalenza la "Corrida di San Geminiano", la classica modenese che si corre dal 1973, il 31 gennaio, giorno del Patrono. Facevo altri sport, o meglio, li facevo fare: arbitro di calcio (prima maschile, poi femminile) e di hockey a rotelle, poi dirigente della squadra di calcio femminile del Modena in serie A. Poi smisi e, malgrado i giuramenti preventivi del tipo "la domenica mattina non metterò mai la sveglia", la mia carriera podistica andò in progressione e coinvolse la moglie, che già era stata costretta a correre il giorno di Ferragosto 1983, sotto Cervinia, la "Infarto di mezza estate", gara riservata a coppie regolarmente sposate: lui faceva tre chilometri in salita, lei li discendeva. Al giro di boa, io le passai il testimone e lei mi passò il figlio di due anni, correndo poi giù verso la vittoria. Più avanti, il giorno del suo compleanno, 1 maggio 1987, corremmo la nostra prima maratonina, nel mio paese natale, quasi sempre insieme, in 1:58, e cominciammo a guardare con invidia a chi correva la distanza doppia (nel 1988 corremmo ancora la mezza in occasione della prima maratona di Carpi, quella che oggi è miliardaria e allora si svolgeva appunto su due giri). Cominciai a prepararmi più sistematicamente, e a sopportare sempre meno le pagliacciate che sviliscono il nostro sport, le partenze anticipate, i tagli di percorso, l'iscriversi a una gara solo per sbaffare ai ristori e portare via le bottiglie di vino o i salamini dei premi di partecipazione; contestai spesso l'organizzazione del coordinamento podistico modenese (che ribattezzai sui giornali "coordinamento pensionati", perché si preoccupava solo dei vecchietti che fanno il percorso mini e allontanava i bambini, come i miei figli, desiderosi di competere coi coetanei), cominciai a cercare soddisfazioni fuori provincia, a Ferrara e Reggio - che considero all'avanguardia in Emilia - e a Bologna (smentendo un altro giuramento: "a Bologna ci lavoro sei giorni la settimana, il settimo giorno mai!"). Nel 1988 riuscii per la prima volta a stare sotto l'ora nella "Vivicittà" di dodici chilometri (57.52, tre giorni dopo essermi tolto il bendaggio rigido per una distorsione a un piede; il lunedì seguente feci l'analisi delle urine e le trovarono piuttosto rosse, quello che si dice pisciar sangue). Nel 1989 scesi sotto il muro dell'ora (59.51) nella "Corrida", a quei tempi di 13,300 chilometri (al traguardo c'era mia figlia, di dodici anni: ci abbracciammo senza parole). Nel 1990 decidemmo di andare tutti alla maratona di New York in un viaggio organizzato dalla mia società (la Podistica Sassolese, che malgrado la sua dichiarata avversione all'agonismo si ritrova almeno una decina di maratoneti); decisi di correre più spesso e più veloce le maratonine e, prima di varcare l'oceano, di tentare una maratona vicino a casa. Come detto, fu Mirandola, dove arrivai così disidratato che rischiai di soffocare con un biscotto piantatosi in gola. A New York non andò secondo le speranze, perché esattamente sul ponte di Queens mi si riacutizzó una tendinite al ginocchio sinistro che mi costrinse a correre tutto il resto su una sola gamba; finii in 4:13. Lì esordì anche mia moglie, con 4:43. Cominciai il tran tran che tutti i maratoneti conoscono: ortopedico, fisiatra, lastre, plantari, ionoforesi, elettrostimolazione eccetera, più i consigli medici di "Correre", e in tre anni guarii tutti i mali, specialmente dopo aver capito che i dolori più forti ti vengono all'inizio della preparazione, e l'antidoto sta nel non smettere mai. Dunque si correva anche in luglio e agosto, aumentando il numero di maratone ogni anno: due nel 1990, tre nel 1991 (con record a Firenze in 3:29: come vedete, si tratta di record molto modesti, ma a me sembravano enormità; un terzo giuramento trasgredito fu: "Quando scendo sotto le 3:30 appendo le scarpe al chiodo"); sette nel 1992, con record favoloso a Monaco, 3:20.13, in compagnia di Carlo Durante, il campione cieco che poi vincerà le Paraolimpiadi e farà il record mondiale; una romantica maratona notturna a Norimberga, il 18 luglio; un 3:28 a Venezia sotto il diluvio; un 3:30 a Klagenfurt concluso dallo sprint in pista con William Govi, il celebre plurimaratoneta (qui mia moglie andò sul podio come prima di categoria, e dichiarò pubblicamente che si vergognava, col suo tempo intorno alle quattro ore, di ricevere dei premi). Nel 1993 arrivai a dodici maratone, senza record, ma con un 3:21, un 3:22, due 3:25, e corse nei posti forse più belli: ricordo il tifo di Enschede, in Olanda (ti aspettavano sullo stradone con l'elenco dei partecipanti in mano, leggevano il tuo numero col binocolo e poi, quando passavi: "Bravo Fabio!"), l'organizzazione familiare e premurosa di Assemini o Ivrea (dove, prima di correre, facemmo il pieno di poesia visitando la casa di Guido Gozzano; e mia moglie fece il suo tempone, 3:39), Barcellona (con la salita della verità, al Montjuich, sotto la pioggia), Palermo (con un vento che sradicava le transenne, mia moglie che vinse dei soldi, e Gianni De Madonna che alla fine mi pronosticò un 2:48 se mi fossi allenato seriamente). La disorganizzazione di Torino non ci piacque invece per niente, e non ci siamo più tornati, e penso che i record ottenuti là siano fasulli perché c'è più discesa del consentito. L'escalation raggiunse il culmine nel 1994, con quattordici maratone (mia moglie, più modesta, ne corse solo dieci) e il nuovo - ahimé, definitivo! - record, 3:19.43 il lunedì di Pasqua a Russi, dopo aver passato la Pasqua sotto la neve in alta quota. Ci furono anche un 3:26 a Valencia, un 3:28 a Parigi (unica volta che corsi la seconda metà più veloce della prima), sette giorni dopo di un 3:34 a Annecy; un 3:36 nella micidiale Caen (dove Valentina Maisto mi tirò il collo nella prima metà, 1:38, e la coppia Govi-Lucidi mi sorpassarono sul traguardo); un pazzesco 3:49 a Evry, ai Giochi della Francofonia, l'11 luglio, con partenza alle 17; poi l'accoppiata Egna-Mugello in sei giorni, infine il record vanamente tentato a Cesano sotto il nubifragio-alluvione del 6 novembre (3:25), e ritentato a Firenze, però con un modesto 3:27 che diventò ufficialmente un assurdo 3:29.50 (anche su Firenze, croce sopra, fino all'avvento del chip e dei controlli su chi taglia). Nel 1995 è cominciata la decadenza, solo undici maratone, niente record, e tempo migliore un 3:24 a Roma fasullo per la distanza più corta; ma la settimana dopo corsi Vigarano sorpassando Govi sul paletto del quarantaduesimo chilometro (come vedete, noi maratoneti di seconda serie ci contentiamo di più modesti punti di riferimento). Un mese dopo, a Tolentino il 3:29 mi fece salire sul podio, per l'unica volta in vita mia (e mia moglie continuava a intascare soldi...). Altri bei posti: Jerez in Spagna (un 3:32 non disprezzabile, date le salite), Essen in Germania, dove feci il record stagionale "vero" in 3:27; invece altro fallimento a Cesano, dove il clima stavolta era ideale ma io dopo il 25 non ne avevo più e finii in 3:31. Ma la cotta più bestiale l'avevo presa a Carpi in una domenica afosa (e l'organizzazione aveva risparmiato sulle bevande), il che mi costrinse a fare di passo parecchi chilometri, finendo sotto le quattro ore solo per l'orgoglio di non arrivare dietro un'amica (il fotografo ci immortalò a pochi metri dall'arrivo, mano nella mano in un tentativo di alzare le braccia al cielo non sorretto da forza sufficiente; la foto uscì a tutta pagina su "Vai", per fortuna mia moglie era informata!). Il 1996 è stato un anno più da cartella clinica che da albo d'oro: carenza di ferro nel sangue, poi tallonite, insomma, appena dieci maratone, e un tempo decente strappato con le unghie solo all'ultima occasione, Reggio (3:36). Prima però c'era stata la mitica Piacenza sotto la neve, l'affascinante "Courtrai-Bruges" di luglio, Praga da dove non ho mai ricevuto la medaglia, Helsinki dove subimmo il caldo più caldo del secolo (23 gradi) e il tallone mi fece andar zoppo negli ultimi chilometri; e Tenero, dove rientrai dopo tre mesi di sofferenze e cure, riuscendo a farmi fare una diagnosi in corsa (ai 4:50 a km) dalla dottoressa Giuditta Podio, che mi correva al fianco e come consiglio principale mi suggerì di risparmiare il fiato. Quest'anno mi sono rassegnato a correre da "vecchietto", niente più occhio al cronometro con l'imperativo di non fare peggio dei cinque a chilometro; arrivare tranquillo (verso gli 1:50) alla mezza così da averne ancora alla fine: tra le cinque maratone corse, sono venuti un 3:42 a Vigarano, un 3:44 a Vienna e un 3:49 a Comacchio, sotto il caldo micidiale del 15 giugno tra argini e paludi, sullo sterrato o sull'asfalto bollente, senza un albero o una casa a darti ombra. Non so fin quando la salute mi permetterà di andare avanti, e che prestazioni debba sperare: comunque, finora ho al mio attivo 723 corse di cui 108 maratonine (con un paio di 1:33 ormai preistorici) e 64 maratone, mai un ritiro. Saranno forse diecimila chilometri? Mia moglie non mi ha ancora convinto a fare un "Passatore": il mio attuale "giuramento" (vedi sopra) è che lo correrò quando i medici mi daranno sei mesi di vita. Ci tengo comunque a precisare che la maratona non è né per me né per Daniela l'unica ragione di esistere: quella, semmai, sono i figli, e ci piacerebbe tornare ai tempi che venivano a correre con noi, facendo sempre belle figure, malgrado la scarpa che si slacciava o il lamento "Papà, andiamo più piano!". Una volta vidi mio figlio arrivare al termine di una campestre tiratissima vomitando, ma senza rallentare (e non era certo nelle prime posizioni), e fui orgoglioso di avergli insegnato almeno lo spirito del sacrificio (altrocché le primedonne delle nostre maratone, che se scendono in quinta posizione si ritirano anche al quarantunesimo chilometro...). E c'è anche il lavoro: fino al sabato mattina è la nostra occupazione principale (figli a parte). Ma la domenica mattina la sveglia suona sempre prima che il lunedì...